RABBIA E AGGRESSIVITA’ NEI BAMBINI:
CHE FARE?


Sara Lo Scocco, Psicologa


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COS’E’ LA RABBIA?

La rabbia è un’emozione tipica di tutti i mammiferi che ha radici genetiche ed una funzione ben precisa all’interno dell’equilibrio psico-fisico di chi la manifesta.
Estremizzando, si potrebbe dire che la rabbia, come d’altronde tutte le manifestazioni emotive e comportamentali umane, è di vitale importanza in certe circostanze e, quando viene repressa o ignorata come sentimento, può arrecare un danno psicologico all’individuo, bambino o adulto che sia. Allo stesso modo però, anche una manifestazione disregolata ed incontrollata di rabbia conduce a conseguenze spiacevoli per il soggetto che la sperimenta e per le persone che gli sono intorno.

Diviene perciò di fondamentale importanza, con i bambini, comprendere a fondo le ragioni che possono scatenare un attacco di rabbia ed aiutare il piccolo ad esprimere le proprie emozioni nella maniera più “utile” possibile.

Solitamente proviamo rabbia in quattro circostanze fondamentali, anche combinate tra di loro:


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Quando subiamo la frustrazione di un desiderio che avevamo anticipato. Pensate ad esempio a quando andate in un ristorante pregustando una deliziosa cenetta ed una piacevole serata, ma vi rendete presto conto che il cibo è di scarsa qualità ed il servizio poco attento. È comune aspettarsi una reazione di rabbia per la serata rovinata.

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Quando ci vediamo privati della nostra libertà d’azione e di pensiero, sentendoci imbrigliati in decisioni che qualcun altro ha preso per noi. Provate ad esempio a pensare a come vi sentite quando siete in fila per fare il biglietto del treno e il passeggero davanti a voi si attarda con domande su orari e costi dei biglietti, facendovi perdere il treno.

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- Quando qualcuno ci fa provare vergogna. Essere svergognati ci fa sentire emotivamente “scoperti”, indifesi, alla mercé degli sguardi altrui, con la sensazione di non valere nulla, anzi peggio di essere persone deplorevoli. Se una persona vi umiliasse pubblicamente, come vi sentireste nei suoi confronti?

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Quando ci troviamo per lungo tempo isolati o ci sentiamo abbandonati. Questo è vero in particolar modo se ci sentiamo “costretti” a subire questa solitudine: oltre che privazione della nostra libertà, è come se la solitudine e/o l’abbandono ci dicessero: “Le persone che per te sono importanti, non ti ritengono abbastanza importante e di valore per passare del tempo con te, forse perché per loro tu non vali nulla”.


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In tutte queste situazioni l’emozione della rabbia, se regolata e conosciuta, può aiutarci perché ci spinge all’azione, cioè a fare qualcosa per “rimettere a posto” la situazione che ci ha creato dei problemi. Ad esempio, nel primo caso, ascoltare il nostro sentimento di rabbia potrebbe portarci a comunicare come ci siamo sentiti e cosa non ci è andato bene al gestore del ristorante, che magari potrebbe scusarsi, farci uno sconto o offrirci le bevande. Ma anche se ciò non avvenisse, esprimere come ci siamo sentiti all’altro avrebbe un indubbio effetto “calmante”, poiché legittimerebbe un nostro bisogno, restituendoci la padronanza delle nostre scelte, asserendo il nostro diritto ad un trattamento equo. L’espressione della collera rientra nel normale processo di accettazione di un evento.
Nel caso della vergogna, avere consapevolezza della propria rabbia potrebbe permetterci di dire all’altro come il suo comportamento ci ha fatto sentire, dandogli la possibilità di riflettere sul suo atteggiamento e sulle conseguenze che ha avuto, magari diminuendo la probabilità che in futuro risucceda.
In questo senso ascoltare la propria rabbia e saperla esprimere in maniera adeguata e regolata, è estremamente utile, sia per i bambini, che in questo modo possono comunicare efficacemente al genitore un loro bisogno frustrato, sia per gli adulti.
I problemi nascono, come si diceva prima, quando la rabbia viene completamente inibita o al contrario quando diventa così incontenibile da esplodere fuori da ogni controllo, peggiorando in molti casi la situazione stessa. In questa breve discussione ci occuperemo del secondo caso.

Se, immedesimandovi nelle situazioni descritte sopra, avete provato anche qualche altra emozione oltre alla rabbia, come ad esempio dolore, tristezza, disperazione, paura, avete probabilmente già capito come si sente davvero un bambino che sembra solo scoppiare di rabbia.


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COSA ACCADE NEL CERVELLO E NEL CORPO DI UN BAMBINO RABBIOSO?


Il nostro cervello è costituito da due parti fondamentali: il
cervello superiore (corteccia) e il cervello inferiore (sub-corteccia). Con gli altri mammiferi noi condividiamo la struttura del cervello inferiore che è la sede dei circuiti di tutte le emozioni più primitive ed istintuali. Anche il circuito della rabbia si trova lì e tutti noi, nessuno escluso, ne possediamo uno. Una delle strutture anatomiche più importanti nel circuito della rabbia è l’amigdala, che si attiva quando intorno a noi percepiamo una minaccia alla nostra integrità fisica o psicologica.
Naturalmente, è importante che l’amigdala sia molto veloce a registrare le minacce e per questo a volte può essere un po’ grossolana.

Ad esempio immaginate di trovarvi in un bosco a passeggiare. A un certo punto scorgete sul sentiero una sagoma nera che sembra puntare verso di voi: la vostra amigdala farà scattare subito l’allarme nel cervello e nel corpo, perché a prima vista potrebbe trattarsi di un pericolo, ad esempio un serpente velenoso. Il nostro corpo perciò si prepara ad una reazione di difesa, o
fuggire (paura) o attaccare (rabbia). Bastano pochi secondi, però, perché voi vi accorgiate che in realtà quella sagoma è solo un ramo spezzato e così l’allarme rientra.

Chi è che comunica all’amigdala che si trattava di un falso allarme? È il cervello superiore che ha questo compito e che, attraverso il pensiero riflessivo, “calma” il corpo ed il cervello dicendo loro: “Niente paura, è solo un ramo”. Se però si fosse davvero trattato di un serpente sarebbe stato fondamentale reagire velocemente e non ci sarebbe stato il tempo di ponderare le varie opzioni.
La nostra amigdala quindi ha il compito fondamentale di stare sempre all’erta verso qualsiasi cosa che possa minacciare la nostra incolumità, sia fisica che psicologica, ma il cervello superiore ha il compito di moderare e calmare le reazioni scatenate dall’amigdala, e lo fa rilasciando sostanze calmanti, come ad esempio l’
acido gamma-ammino-butirrico (GABA), che è un vero e proprio ansiolitico “naturale”.
La capacità di “moderare” le proprie reazioni emotive in base ad una valutazione del contesto e delle circostanze, non è qualcosa di innato, come la rabbia, ma
deve essere appreso. I bambini in età prescolare non sono in grado di farlo da soli, ma sono completamente dipendenti da adulti che, con interazioni affettuose, “prestino” loro la propria mente e le proprie parole per aiutarli ad abbassare i livelli di stimolazione.


Quando il livello di stress di una relazione è molto alto, quando cioè il rapporto è basato su punizioni corporali e psicologiche, insulti, umiliazioni, freddezza affettiva, trascuratezza, urla, rifiuto di confortare ecc., e il bambino si trova solo a dover fronteggiare tale circostanza, entrano in circolo le sostanze dello stress e
i livelli della serotonina diminuiscono. La serotonina, una sostanza prodotta dal cervello, serve ad abbassare i livelli di aggressività ed impulsività e, quando i suoi livelli calano, i bambini diventano più inclini a sfogare in azioni la propria rabbia.
Se però un adulto è in grado di fungere da “regolatore emotivo” per il bambino, lo aiuterà a sviluppare nel suo cervello un sistema ben radicato di moderazione dello stress, così che il bambino impari che le
emozioni, e la rabbia in particolare, possono essere anche pensate e comunicate, oltre che agite. Quando un bambino è invaso dalla rabbia invece, raggiunge uno stato di sovra-eccitazione tale che gli inibisce qualsiasi tipo di riflessione circa il proprio comportamento e le conseguenze che può avere sull’altro. Il bambino preda dell’ira non riesce a mettersi nei panni dell’altro e, quando il circuito cerebrale della rabbia è attivato, attaccare l’altro può sembrare l’unica soluzione possibile. In questo senso un bambino intrappolato nella propria rabbia ha ben poche alternative.

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Il senso di pace e di pacata soddisfazione sono indotti invece da due tipi particolari di sostanze che si sprigionano nel suo cervello: l’ossitocina e gli oppiacei. Queste sostanze vengono prodotte nel cervello di un bambino, soprattutto a seguito di interazioni affettuose (baci, abbracci, coccole, scambi verbali gentili e affettuosi, giochi coinvolgenti, sorrisi, carezze ecc.) con le figure d’attaccamento e con le altre figure significative.

Se tutte le volte che un bambino fa esperienza di stress e disagio è presente un adulto che in maniera costante è pronto a confortarlo, capirlo, offrirgli alternative comportamentali, egli piano piano svilupperà quella stessa capacità auto-calmante che gli permetterà, più avanti, di tranquillizzarsi da solo quando si troverà in situazioni analoghe, avendo perciò un’alternativa reale al semplice scarificare la propria rabbia ed il proprio malcontento.

Viceversa, se un bambino durante l’infanzia ha fatto esperienza costante o intermittente di solitudine o punizioni quando si sia trovato in situazioni di disagio, non sarà in grado di sviluppare autonomamente la capacità di “placare” il cervello inferiore, rimanendo letteralmente prigioniero di un’unica possibilità: agire la propria rabbia.

Spero che da quanto detto fino ad ora sia chiaro come interventi punitivi o rabbiosi da parte di un genitore o un educatore davanti a scoppi d’ira di un bambino, non solo non servano a nulla, ma rischino di aumentare il livello di minaccia percepita dal piccolo, che si può sentire attaccato, aumentando dunque il suo già alto livello di stress.
Un bambino in preda alla rabbia è letteralmente terrorizzato dallo stato di stress elevatissimo che sta vivendo ed ha bisogno assoluto della
presenza confortante e ferma, ma non punitiva, di un adulto, che possa percepire come più forte di lui, che gli offra i confini sia fisici che mentali di cui ha bisogno, che gli insegni come ci si calma, “prestandogli” le sue capacità sedanti.



QUALI SONO LE ESPERIENZE CHE POSSONO GENERARE UNA RISPOSTA RABBIOSA NEL BAMBINO?

Lo “scoppio di rabbia” è dunque una risposta ad una contingenza ben specifica, non un impulso distruttivo innato e non prescinde dal contesto ambientale.
Quando un bambino aggredisce è perché lui stesso si sente
sopraffatto dal dolore per un rifiuto ricevuto o per una frustrazione di un suo bisogno e, non possedendo la maturità verbale e la capacità del cervello superiore di pensare questo stato emotivo, si trova con una mole di emozioni che non è in grado di gestire.

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Pensate ad esempio ad un bambino, Tommaso, di 4 anni a cui nasce un nuovo fratellino. Tommaso è molto spaventato all’idea del nuovo arrivato, teme di perdere l’affetto e le attenzioni della mamma, di non essere più abbastanza meritevole di amore e coccole, ma non ha parole per comunicare questo alla mamma. Invece comincia ad assumere atteggiamenti rabbiosi (come pugni, calci) nei confronti della mamma, degli oggetti o dei coetanei. Se la risposta dell’adulto davanti questo atteggiamento è di punizione, corporale o verbale, con inflizione di sensi di colpa al bimbo, senza aiutarlo ad esprimere ciò che invece davvero gli sta capitando, la spirale della rabbia diventerà sempre più avvolgente, e sarà sempre più difficile uscirne. Se invece una maestra, davanti ad un episodio di aggressività di Tommaso ad una compagna, lo prende da parte, in un luogo tranquillo e con voce dolce e calmante gli dice: “Sei proprio tanto arrabbiato vero Tommaso? Quando la tua amica non ti ha voluto prestare la sua matita ti sei proprio arrabbiato da morire! Dev’essere stato proprio brutto per te!”, permetterà al bambino di non sentirsi solo e colpevole davanti all’emozione che sta provando, ma di percepire che c’è qualcun altro che lo comprende. Questo in nessun modo vuol dire avallare un comportamento aggressivo: infatti se Tommaso continuerà a fare esperienza di adulti che lo conforteranno e gli daranno le parole per esprimere la sua rabbia, a poco a poco imparerà a raccontare le sue emozioni e non a trasformarle in azione picchiando la sua compagna.

Anche quando un bambino è sottoposto ad una separazione dalla sua figura d’attaccamento (temporanea o definitiva, come nel caso di un lutto o di un abbandono), può essere che a un certo punto manifesti atteggiamenti aggressivi. Infatti, quando si instaurano legami significativi con altre persone che ci fanno stare bene, il nostro cervello rilascia sostanze oppiacee che, in un certo senso, creano dipendenza chimica. Perciò, quando quella persona si allontana da noi, è come se vivessimo una vera e propria
crisi d’astinenza. Non solo dunque il livello degli oppiacei cala, ma il cervello produce elevate quantità di acetilcolina, un neurotrasmettitore responsabile degli scoppi di rabbia. Questo significa che, dal punto di vista psicologico, un bambino che subisce un distacco forzato dalla figura d’attaccamento vive un dolore fortissimo, come un violento attacco al Sé. Anche in questo caso è facile comprendere come un bambino in questa circostanza non necessiti di punizioni, bensì di dosi elevate di affetto e comprensione.

Spesso poi atteggiamenti rabbiosi dei bambini possono derivare dal fatto di aver vissuto in un ambiente in cui hanno fatto esperienza solo
interazioni rabbiose, sia tra i genitori che con lui. È normale che questi bambini vivano nella continua attesa di attacchi e urla da parte dei genitori, e non sperimentino mai sensazioni amorevoli e piacevoli.

Bambini che sono stati spettatori di
forme di abuso nei confronti di uno dei genitori o di loro stessi, e sono rimasti soli con il loro dolore e la loro paura, spesso si chiudono in se stessi, indurendo il loro cuore e rendendolo impenetrabile alle emozioni di disperazione e terrore, e mettono in scena su altri, come una sorta di risarcimento per il senso di impotenza vissuto, le violenze che essi stessi hanno subito senza che nessuno accorresse in loro aiuto.

Vi sono poi casi in cui i genitori hanno avuto difficoltà nell’aiutare il proprio figlio a
rispettare le regole della buona convivenza sociale. Questo può accadere perché il genitore stesso si sente insicuro ed inadeguato nel ruolo di educatore, non è convinto delle regole che impartisce e oscilla tra un permissivismo che lo mette al riparo dai sensi di colpa, ed una rigidità spesso incomprensibile al bambino, perché motivata da stati interni del genitore che non vengono esplicitati.
Pensate ad esempio al classico
caso del supermercato. Siete in fila alla cassa con il vostro bambino, dopo una giornata pesante. Vostro figlio vede gli ovetti di cioccolato strategicamente posizionati alla sua altezza alle casse e comincia a piagnucolare chiedendovene uno. Voi glielo negate e lui “alza il tiro”. Magari inizia ad urlare, a piangere, magari si butta per terra e batte i pugni, o comincia a spintonarvi. A quel punto vi sentite gli occhi di tutti addosso, alcuni di riprovazione, altri di fastidio, e capite che l’unico modo per concludere questo spiacevole incidente è comprare l’ovetto di cioccolato. Che cosa è successo? Vostro figlio ha ottenuto quel che desiderava e questo può dargli un’esaltante sensazione di potere e onnipotenza: “Ottengo tutto quello che voglio, sono più forte io della mamma!”. Ma immaginate com’è il mondo di un bambino che sente che non c’è nessun adulto più forte di lui, in grado di proteggerlo, di guidarlo, di contenerlo. È una vertigine che mette il bambino di fatto davanti alla propria solitudine. Ecco perché i bambini hanno disperato bisogno di sentirsi dire dei “no”, motivati, con dolcezza ma fermezza.
Un genitore che è sicuro delle proprie regole educative, che non si fa “spaventare” dalla rabbia del proprio figlio, è un genitore che trasmette un grande senso di sicurezza, di forza e che comunica al bambino l’idea che c’è qualcuno su cui può davvero contare. Se invece un bambino sperimenta l’esaltante sensazione di controllo del genitore, in realtà ben presto finirà col sentirsi spaventosamente solo: fin dai due anni, quando comincia a sperimentare il proprio potere, il bambino deve avere
l’assoluta certezza che i suoi genitori sono più forti e calmi di lui, che non crollano davanti alle sue emozioni distruttive, ma che le sanno contenere, calmare, abbassare e re-indirizzare.
Se un bambino non fa esperienza di un numero sufficiente di divieti a comportamenti dannosi, pericolosi o maleducati, stabilizzerà nel suo cervello il sistema della rabbia come via preferenziale per ottenere ciò che vuole.

Essere fermi e calmi non è affatto facile: è molto più semplice invece usare, dinanzi a scoppi d’ira del proprio figlio, strategie implicite che conducano il bambino a sentirsi in colpa. Ad esempio frasi come: “Così mi farai ammalare!!” “Vuoi che mi ammali?!” “Io non so più cosa fare con te, qualunque cosa faccio sbaglio, sento che non ce la faccio più!” “Cos’altro devo fare per te??” ecc. mostrano un genitore debole, impotente, che in realtà, giocando il ruolo della vittima, sta colpevolizzando il bambino, in qualche modo dipingendolo come un essere riprovevole.
Questo può portare il bambino a sentirsi davvero una specie di mostro in grado di far ammalare la mamma, comportandosi dunque come tale, dotato di un potere incredibile, senza dubbio molto spaventoso.
È perciò fondamentale cercare di rifuggire queste modalità educative, poiché non fanno altro che aumentare la spirale della rabbia e dell’incomprensione.

CHE FARE?

È chiaro a questo punto che il modo migliore per aiutare un bambino che scoppia di rabbia non è affatto quello di punirlo o umiliarlo. I genitori hanno l’arduo compito di allenarsi a diventare dei “piccoli psicologi” e a comportarsi in un modo che potrebbe apparire contro-intuitivo e contro il buon senso. Ecco allora alcuni suggerimenti da seguire:

- Se vi sembra che si stia comportando come se avesse due anni, trattatelo come se ne avesse davvero due. Ciò significa che se vostro figlio ha una regolazione affettiva ancora immatura, anche se ha sette anni, vuol dire che necessita del contenimento affettivo di un bambino più piccolo. Coccolatelo, tranquillizzatelo, contenetelo fisicamente, senza timore di umiliarlo. È inutile pretendere di interagire con lui su un livello di sviluppo che ancora non ha raggiunto. Aiutatelo prima a regolare le sue emozioni come avrebbe dovuto fare a due anni. Solo allora sarà in grado di rispondere anche su un altro livello.

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Non chiedetegli di calmarsi (“Smettila! Calmati!”), perché è come se gli chiedeste si assumere il controllo sulla sua attività cerebrale, che non è in grado di controllare. In termini più psicologici è come se ad una persona depressa si dicesse: “Tirati su, non essere triste”: oltre inutile, rischia di suscitare la sensazione di non essere compresi, aumentando dunque il senso di solitudine.

- Cercate di
sintonizzarvi sull’intensità emotiva del bambino: ciò significa che dovreste cercare di fungere da “specchio” per lui, assumendo un’espressione facciale ed un tono di voce che siano coerenti con lo stato emotivo che egli sta vivendo in quel momento. Se urla e strepita, assumete un tono di voce forte, ma non arrabbiato, commentando e dando voce alle sue emozioni con frasi del tipo: “Accidenti! Sei proprio arrabbiato adesso! Quello che ti ho detto ti ha fatto proprio andare su tutte le furie!”. La “sintonia” permetterà al bambino di sentire che non è solo in quel che prova, che qualcun altro comprende chiaramente come lui si sta sentendo davvero.

- Cercate di
dare legittimità a quello che sta provando. Il bambino ha bisogno delle vostre parole per capire lui stesso quel che sta accadendo e per non sentirsi un mostro che non ha il controllo di quel che prova. Sarebbe ingenuo credere che un bambino che ha bisogno di esprimere in maniera così violenta il proprio dolore cessi all’improvviso di farlo solo perché gli viene chiesto, a meno che non lo si supporti nel costruirsi un modo alternativo per dire come si sente. È dunque cruciale che lo aiutiate a trovare le parole per raccontarvi quel che sta succedendo a lui in quel particolare momento, anche se è qualcosa di molto diverso da quel che provereste voi nella stessa situazione. Solo se si sente al sicuro, compreso e non giudicato riuscirà, col tempo, ad aprirsi e a negoziare verbalmente i propri stati affettivi più dirompenti.

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Contenetelo anche fisicamente. Contenere un bambino mentre è preda di emozioni intense vuol dire riuscire a sostenere l’impatto di quell’emozione, “stando” assieme a lui in quel particolare stato affettivo, aiutandolo in un compito che ha una complessità elevata per le capacità emotive del bambino. Vuol dire riuscire ad essere sufficientemente calmi, sereni, gentili e forti da offrirgli una sponda salda che lo faccia sentire al sicuro anche se il mare è in tempesta.
In termini più concreti questo può voler dire anche contenerlo fisicamente, con un abbraccio fermo ma dolce, che lo avvolga, come una coperta calda e morbida, lo tranquillizzi, facendogli sentire che c’è qualcuno che è in grado di proteggerlo, di fermare e placare la forza distruttrice che egli sente dentro di sé.

Appoggiate la schiena contro il muro, in modo da sentirvi ben saldi, toglietevi le scarpe e tutti i gioielli che potrebbero fargli male. Piegate le sue braccia davanti a lui e poi le vostre sopra le sue, con tenera fermezza, fermandogli le gambe con le vostre, in modo che non scalci. Tenete il bimbo contro il vostro petto con decisione e dolcezza, in modo che il vostro respiro regolare lo calmi. Parlategli con dolcezza dicendogli cose come: “Ti voglio solo abbracciare fino a che non ti sentirai più tranquillo” “Sei proprio tanto arrabbiato, e vuoi farmi arrabbiare a tutti i costi. Io allora me ne starò qui con te per un po’, finché tu non ti sentirai più tranquillo”. Così come è importante sintonizzarsi sull’intensità affettiva del bambino, allo stesso modo è importante, una volta fatto questo,
aiutarlo a “scendere” ad un livello più moderato. L’abbraccio contenitivo ha questo scopo, e potete aiutarvi anche mantenendo un tono di voce dolce e calmante, che lo accompagni in uno stato psicofisico di maggiore rilassatezza.

Abbracciatelo solo quando vi sentite completamente a vostro agio nel farlo.
Ascoltate anche le vostre emozioni e date loro legittimità, poiché vi stanno comunicando qualcosa. Se vi sentite goffi, impauriti o estremamente arrabbiati vuol dire che non è ancora il momento adatto. È importante che siate sicuri che il bimbo non si divincolerà, perché magari molto grosso o forte: se questo accade egli potrebbe spaventarsi enormemente del fatto che non c’è nessuno in grado di essere davvero più forte di lui. In questo caso limitatevi ad usare le parole. Può capitare che il bambino vi chieda di lasciarlo andare, con scuse di vario tipo: “Mi fai male” “Non respiro” ecc. L’importante è capire se è presente un reale disagio (in questo caso lasciatelo ovviamente andare), o se queste proteste sono solo lo strascico della rabbia accumulata. Solo in questo secondo caso continuate ad abbracciarlo, senza mostrare paura per il suo disagio: sentirete che poco a poco il vostro bimbo si rilasserà, abbandonando le resistenze e godendo del calore e della protezione che gli state offrendo.

- Non cercate di farlo sfogare con attività “liberatorie”, come fargli lanciare i cuscini, tirare pugni contro una sacca o suonare con violenza un tamburo. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare queste attività, che peraltro il bambino è perfettamente in grado di fare anche senza il nostro aiuto, rischiano di aumentare l’intensità dell’attivazione, mentre ciò di cui egli ha bisogno in quel momento è di
essere aiutato a pensare alla propria rabbia, con le parole, con i disegni, i giochi, il pongo o qualsiasi altra attività che stimoli la sua attività creativa e riflessiva.


Aiutare un bambino preda di un attacco di rabbia non è affatto un’impresa semplice. È per questo che non dovete scoraggiarvi se in certi momenti vi sentite sopraffatti e non in grado di contenerlo e gestirlo. Prendetevi tutto il tempo di cui avete bisogno, senza forzarvi a fare cose di cui non vi sentite sicuri e pronti. È molto meglio chiedere aiuto a qualcuno magari meno coinvolto, o che in quel momento ha maggiore tranquillità e lucidità per affrontare al meglio la situazione: il coniuge, un nonno, una zia, un’amica possono essere validi aiuti in momenti di difficoltà vostri. Non pretendete di fare tutto da soli, subito e senza difficoltà, questo è praticamente impossibile.
Date anche a voi stessi il tempo per riflettere e capire la situazione, senza paura di rivolgervi anche ad un professionista se vi rendete conto di essere in una fase di stallo.

Vostro figlio non ha bisogno di un genitore perfetto, bensì di un genitore in grado di accorgersi dei problemi quando ci sono e di affrontarli con la giusta serenità!



Fonte: “Aiutare i bambini... pieni di rabbia o odio” ,
Margot Sunderland, Ed. Erickson, 2005